
ClassAction
Una class action è uno strumento giuridico che permette a più persone di agire insieme quando hanno subito lo stesso tipo di danno da parte di un soggetto privato o pubblico.
È una forma di giustizia collettiva che consente di unire in un’unica azione casi simili, evitando che ogni vittima debba affrontare da sola costi, tempi e complessità di un processo individuale.
Full Name
Perchè?
Nel diritto italiano, la class action serve a ristabilire l’equilibrio tra il potere dei grandi soggetti economici e i diritti dei cittadini, garantendo una tutela effettiva anche a chi da solo non avrebbe la forza di agire.
Può assumere due forme:
-
Class action risarcitoria, quando si chiede un risarcimento economico per il danno subito.
-
Class action inibitoria, come nel caso contro Google, quando si chiede al giudice di fermare una condotta illecita o dannosa che continua a produrre effetti negativi.

+350
ClassAction promosse in Italia dal 2010
+40%
Incremento azioni collettive promosse in EU
+1200
Class action depositate ogni anno in USA
Quando
In sintesi, la class action è la voce collettiva dei cittadini quando un potere privato diventa troppo grande per essere contrastato da un singolo.
È uno strumento di civiltà giuridica e di equilibrio democratico: un modo per ricordare che anche nel mondo digitale, nessuno è al di sopra della legge.
Come
L’attuale Class Action inibitoria mira a ottenere un ordine del Tribunale di Milano che imponga a Google di modificare la procedura di deindicizzazione che dovrebbe obbligare Google a svolgere una valutazione concreta e individualizzata del caso, esaminando le circostanze specifiche, bilanciando il diritto alla reputazione con la libertà di informazione e motivando in modo chiaro l’eventuale rigetto
Non si chiede un indennizzo, ma un principio: non può mancare un interlocutore umano nel valutare i diritti delle persone.
Q&A
Sì. L’azione di classe inibitoria è stata depositata presso il Tribunale di Milano nei confronti di Google LLC, Google IrelandLimited e Google Italy S.r.l. L’iniziativa è stata promossa dagli studi legali LEXIA e OraLex, con il supporto dell’associazione Algopolio.
L’obiettivo è ottenere un ordine del Tribunale che imponga a Google di rivedere radicalmente le proprie procedure di gestione delle richieste di diritto all’oblio. Si chiede di sostituire l’attuale sistema (ritenuto automatizzato, impersonale e non conforme al GDPR) con uno che garantisca valutazioni individuali, trasparenti e motivate.
Secondo i ricorrenti, Google rigetta le richieste di deindicizzazione con risposte standardizzate, prive di una reale analisi del caso concreto, senza possibilità di allegare documenti e senza motivazioni personalizzate. In alcuni casi, le richieste sono state rigettate anche nonostante provvedimenti specifici del Garante Privacy che ne imponevano l’accoglimento.
Il risultato è un sistema che non tutela adeguatamente il diritto all’oblio e permette a contenuti falsi, obsoleti o lesivi di continuare a circolare.Il Tribunale dovrà decidere sull’ammissibilità dell’azione e sulla richiesta di un provvedimento urgente. Nel frattempo, i promotori continueranno a raccogliere adesioni e documentazione. In caso di accoglimento, Google sarà tenuta ad adeguare immediatamente la propria procedura.
Le azioni inibitorie hanno un iter relativamente rapido:
- valutazione preliminare: nei primi mesi;
- decisione sull’inibitoria: mediamente tra 6 e 12 mesi.
Le tempistiche dipendono dal carico del Tribunale e dalla complessità tecnica della materia.
Il Tribunale può ordinare a Google di:
- interrompere immediatamente le pratiche contestate;
- adottare procedure che consentano valutazioni caso per caso;
- evitare risposte automatizzate o impersonali;
- rimuovere non solo i singoli URL segnalati, ma tutti i contenuti equivalenti(anche in altre lingue, domini diversi, immagini, suggerimenti di ricerca);
- garantire che le decisioni siano motivate, trasparenti e conformi al GDPR.
È un intervento strutturale destinato ad avere effetti duraturi su tutti i cittadini che esercitano il diritto all’oblio.
In caso di accoglimento:
· le richieste di deindicizzazione dovranno essere esaminate seriamente, e non tramite sistemi automatici;
· i cittadini potranno ottenere risposte chiare, motivate e fondate su un bilanciamento corretto dei diritti in gioco;
· saranno evitate situazioni in cui contenuti riconosciuti falsi o diffamatori continuano a emergere nelle ricerche online.
È un cambiamento che incide direttamente sulla tutela della dignità digitale.
No.
Questa è un’azione inibitoria, che mira a fermare l’illegittimità ritenuta sistemica. Eventuali azioni risarcitorie potranno essere avviate separatamente.Perché ogni giorno in cui i contenuti lesivi restano online produce un danno nuovo. Senza una valutazione individualizzata, il pregiudizio si rinnova e si amplifica, trasformando informazioni false o superate in una sorta di “etichetta permanente” difficile da eliminare.
Sì. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha più volte affermato che i motori di ricerca devono garantire la tutela effettiva del diritto alla deindicizzazione e che non possono limitarsi a risposte generiche o automatizzate quando in gioco vi sono diritti fondamentali come la dignità, l’onore e la reputazione.
