Class action risarcitoria
Quando si chiede un risarcimento economico per il danno subito.
Una class action è uno strumento giuridico che permette a più persone di agire insieme quando hanno subito lo stesso tipo di danno da parte di un soggetto privato o pubblico.
È una forma di giustizia collettiva che consente di unire in un’unica azione casi simili, evitando che ogni vittima debba affrontare da sola costi, tempi e complessità di un processo individuale.

Nel diritto italiano, la class action serve a ristabilire l’equilibrio tra il potere dei grandi soggetti economici e i diritti dei cittadini, garantendo una tutela effettiva anche a chi da solo non avrebbe la forza di agire.
Può assumere due forme
Quando si chiede un risarcimento economico per il danno subito.
Come nel caso contro Google, quando si chiede al giudice di fermare una condotta illecita o dannosa che continua a produrre effetti negativi.
In sintesi, la class action è la voce collettiva dei cittadini quando un potere privato diventa troppo grande per essere contrastato da un singolo. È uno strumento di civiltà giuridica e di equilibrio democratico: un modo per ricordare che anche nel mondo digitale, nessuno è al di sopra della legge.
L’attuale Class Action inibitoria mira a ottenere un ordine del Tribunale di Milano che imponga a Google di modificare la procedura di deindicizzazione che dovrebbe obbligare Google a svolgere una valutazione concreta e individualizzata del caso, esaminando le circostanze specifiche, bilanciando il diritto alla reputazione con la libertà di informazione e motivando in modo chiaro l’eventuale rigetto.
Non si chiede un indennizzo, ma un principio: non può mancare un interlocutore umano nel valutare i diritti delle persone.

Sì. L’azione di classe inibitoria è stata depositata presso il Tribunale di Milano nei confronti di Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l. L’iniziativa è stata promossa dagli studi legali LEXIA e OraLex, con il supporto dell’associazione Algopolio.
L’obiettivo è ottenere un ordine del Tribunale che imponga a Google di rivedere radicalmente le proprie procedure di gestione delle richieste di diritto all’oblio. Si chiede di sostituire l’attuale sistema (ritenuto automatizzato, impersonale e non conforme al GDPR) con uno che garantisca valutazioni individuali, trasparenti e motivate.
Secondo i ricorrenti, Google rigetta le richieste di deindicizzazione con risposte standardizzate, prive di una reale analisi del caso concreto, senza possibilità di allegare documenti e senza motivazioni personalizzate. In alcuni casi, le richieste sono state rigettate anche nonostante provvedimenti specifici del Garante Privacy che ne imponevano l’accoglimento.
Il risultato è un sistema che non tutela adeguatamente il diritto all’oblio e permette a contenuti falsi, obsoleti o lesivi di continuare a circolare.
Il 5 ottobre 2026 il Tribunale di Milano ha accolto l’azione inibitoria collettiva nei confronti di Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l., riconoscendo che le procedure attuali inibiscono di fatto l’esercizio del diritto all’oblio previsto dagli articoli 17 e 21 del GDPR.
Google dovrà modificare le proprie procedure e modulistiche entro il 15 novembre 2026, con una consistente sanzione economica per ogni giorno di ritardo nell’esecuzione dell’ordine.
L’azione è stata avviata nel novembre 2025 e il Tribunale di Milano l’ha decisa il 5 ottobre 2026:
Con la decisione del 5 ottobre 2026 il Tribunale ha ordinato a Google di:
Il Tribunale ha inoltre pronunciato l’ordine anche nei confronti di Google LLC, superando l’eccezione di difetto di giurisdizione sollevata dalla difesa.
Quando Google avrà adeguato le proprie procedure, chi chiede la deindicizzazione potrà:
È un cambiamento che incide direttamente sulla tutela della dignità digitale, con una rilevanza che può estendersi a tutti gli utenti dell’Unione.
No.
Questa è un’azione inibitoria, che mira a fermare l’illegittimità ritenuta sistemica. Eventuali azioni risarcitorie potranno essere avviate separatamente.
Perché ogni giorno in cui i contenuti lesivi restano online produce un danno nuovo. Senza una valutazione individualizzata, il pregiudizio si rinnova e si amplifica, trasformando informazioni false o superate in una sorta di “etichetta permanente” difficile da eliminare.
Sì. La Corte di Giustizia dell’Unione Europea ha più volte affermato che i motori di ricerca devono garantire la tutela effettiva del diritto alla deindicizzazione e che non possono limitarsi a risposte generiche o automatizzate quando in gioco vi sono diritti fondamentali come la dignità, l’onore e la reputazione.