Algopolio lancia una class action contro Google
- Google Class Action
- 6 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Quando la memoria digitale diventa oggetto di contesa
Secondo l’articolo, è stata formalizzata una class action collettiva contro Google, con l’obiettivo di contestare un presunto trattamento sistematico che ignora le richieste di de-indicizzazione e rimozione contenuti personali, in violazione del diritto all’oblio sancito dal GDPR. In questo contesto, Google non è vista come una piattaforma neutrale, ma come un custode permanente della memoria — con il potere di decidere arbitrariamente cosa resti visibile e cosa no. La classe azione non nasce da casi isolati: è la risposta ad un modello strutturale che rischia di trasformare ogni persona in un archivio digitale senza uscita, dove gli errori, i fatti passati o le circostanze superate restano eternamente accessibili.
Automatismi e assenza di valutazione individuale: un vulnus giuridico e morale
Il fulcro della contestazione riguarda l’uso di meccanismi automatizzati e standardizzati per gestire le richieste di oblio: risposte impersonali, criteri generici, assenza di un esame concreto del caso concreto. In tal modo, Google sostituisce il giudizio umano con procedure algoritmiche opache, negando all’individuo la possibilità di essere valutato nella sua storia reale, con il suo contesto, la sua evoluzione. È una responsabilità algoritmica che elimina la dimensione soggettiva del diritto: non più “persona” ma dato da processare.
Il danno invisibile: reputazione, dignità e il peso di un passato incancellabile
La permanenza indefinita di dati personali — anche quando superati o non più pertinenti — produce un peso reale: reputazioni compromesse, opportunità negate, stigmatizzazione sociale o professionale. E se le informazioni restano indicizzate, il passaggio del tempo non garantisce più la distanza necessaria per una rinascita personale. Una rete senza dimenticanza diventa un giudizio perpetuo, una condanna che non si estingue. In questo scenario, il diritto all’oblio non è un optional: è un principio di civiltà.
La class action come strumento di riparazione e di responsabilità delle piattaforme
La causa lanciata contro Google vuole ridefinire la governance della memoria digitale: chiedere che le piattaforme non siano giudici assoluti, ma soggetti a regole, trasparenza e responsabilità. Se il tribunale accoglierà la richiesta, potrebbe sancire un precedente di portata generale: motori di ricerca costretti a valutazioni individuali, criteri condivisi, processi trasparenti, rendendo effettivo il diritto all’oblio per tutti gli utenti — non solo per pochi privilegiati.
Una questione di diritti, dignità e democrazia digitale
La vicenda non riguarda solo la tutela di casi singoli, ma la definizione di un principio collettivo: la dignità digitale come diritto fondamentale. In un’epoca in cui la visibilità online plasma reputazioni e opportunità, la memoria deve essere governata con criteri di giustizia, non abbandonata alla logica del dato eterno.
La class action contro Google rappresenta una svolta necessaria: per restituire agli individui il controllo sulla propria storia, per riaffermare che la rete non può trasformarsi in archivio perpetuo e arbitrario, per reclamare una memoria digitale regolata, equa e rispettosa dei diritti.



Commenti