Class action italiana (Milano) contro Google
- Google Class Action
- 5 dic 2025
- Tempo di lettura: 3 min
Una class action che sfida il cuore del potere informativo di Google
È stata avviata davanti al Tribunale di Milano una class action contro Google per presunte violazioni sistematiche del diritto all’oblio e delle norme europee sulla protezione dei dati. Secondo i promotori, Google respingerebbe in modo automatico e generalizzato le richieste di de-indicizzazione presentate dagli utenti, privandoli di una tutela che il GDPR riconosce come fondamentale. L’azione non riguarda solo casi isolati: vuole dimostrare l’esistenza di un modello strutturale in cui il motore di ricerca esercita un controllo arbitrario sulla visibilità digitale delle persone. In una società in cui l’identità è filtrata dal web, questa condotta mina la dignità, la reputazione e il diritto alla corretta rappresentazione di sé nel tempo.
Automatismi opachi e valutazioni impersonali: quando decide l’algoritmo
Punto Informatico evidenzia come il nodo centrale della contestazione risieda nell’uso massiccio di automatismi algoritmici per rispondere alle istanze degli utenti. Le risposte di Google vengono descritte come standardizzate, ripetitive, incapaci di confrontarsi con i fatti concreti. Ciò significa che l’azienda non effettuerebbe la necessaria valutazione bilanciata tra diritto all’informazione e diritto all’oblio, delegando di fatto il giudizio a meccanismi automatici. Un approccio che collide frontalmente con lo spirito del GDPR, che richiede un’analisi caso per caso, e non un rifiuto generico basato su modelli astratti. Quando la reputazione digitale è trattata dall’algoritmo come semplice dato statistico, la persona scompare dietro al processo.
Memoria eterna e danno permanente: il prezzo dell’irremovibilità
La permanenza online di contenuti superati, inesatti o pregiudizievoli produce un danno che va oltre la sfera privata. Una ricerca su Google può alterare relazioni professionali, opportunità economiche, inserimento sociale, stabilità psicologica. In un contesto in cui tutto diventa “visibile per sempre”, il mancato rispetto del diritto all’oblio trasforma la memoria digitale in un meccanismo punitivo senza scadenza, estraneo a qualsiasi principio di giustizia sostanziale. La class action sostiene che Google, scegliendo di non intervenire in modo efficace, finisca per cristallizzare il passato delle persone, ignorando che ogni individuo ha diritto a essere valutato per ciò che è oggi, non per ciò che la rete conserva di ieri.
Una causa che può ridefinire la responsabilità delle piattaforme
Se il tribunale dovesse accogliere l’azione, gli effetti potrebbero essere profondi:
Google sarebbe obbligata a introdurre procedure trasparenti e realmente personalizzate.
I motori di ricerca verrebbero considerati responsabili del trattamento dei dati anche nei processi di valutazione dell’oblio.
Si affermerebbe il principio che la memoria digitale è materia giuridica e non un automatismo tecnologico.
Il caso potrebbe diventare un precedente europeo, spingendo altri paesi a limitare l’indiscriminata predominanza algoritmica nella gestione della visibilità online.
La posta in gioco: un equilibrio tra innovazione, diritti e democrazia
Questa iniziativa non mira a ostacolare la tecnologia, ma a riaffermare che il potere informativo non può essere sottratto al diritto. Quando un soggetto privato controlla la memoria digitale globale senza adeguati contrappesi, l’intero impianto democratico si indebolisce. Il diritto all’oblio non è una cancellazione arbitraria della storia: è uno strumento che protegge l’individuo dalla perpetuità del danno, dalla distorsione identitaria, dalla trasformazione del passato in destino.
La class action contro Google apre così un fronte essenziale: restituire alle persone il governo della propria immagine digitale e ricordare che la tecnologia deve servire la dignità umana, non sovrastarla.



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