top of page

Azione inibitoria contro Google a Milano

  • Google Class Action
  • 2 dic 2025
  • Tempo di lettura: 2 min

Una violazione strutturale del diritto alla privacy

A Milano è stata formalmente avviata un’azione inibitoria contro Google per presunta violazione dolosa e sistematica delle norme sulla privacy e, in particolare, del diritto all’oblio. Secondo i promotori, il colosso californiano avrebbe reiteratamente ignorato obblighi fissati dal GDPR, trattando le richieste di rimozione e deindicizzazione attraverso procedure standardizzate, prive di analisi concreta, e dunque incompatibili con la tutela effettiva dei diritti personali. Il quadro che emerge dall’articolo è chiaro: non si tratta di una disfunzione occasionale, ma di un modello operativo che comprime spazi di autodeterminazione digitale e priva gli utenti di un rimedio adeguato.

Automatismi opachi e responsabilità algoritmica

Uno dei nodi centrali della contestazione riguarda l’adozione di automatismi decisionali nella gestione delle istanze. Le risposte di Google, descritte come ripetitive e stereotipate, sembrano frutto di processi automatizzati incapaci di considerare il contesto reale delle vicende personali. Questa logica trasforma l’algoritmo in arbitro della visibilità a lungo termine di una persona. Quando un sistema automatico decide se un contenuto debba restare reperibile o meno, la protezione della reputazione individuale diventa un accessorio subordinato alle esigenze della piattaforma — non un diritto primario tutelato da un ordinamento democratico. È qui che la critica dell’articolo tocca un punto strategico: la deumanizzazione delle decisioni sulla vita digitale degli utenti.

Le ricadute sulla dignità e sulla vita sociale

Secondo i promotori dell’azione, la permanenza forzata di informazioni obsolete, inesatte o lesive incide direttamente sulla vita lavorativa, familiare e sociale delle persone coinvolte. Una ricerca online diventa un giudizio sommario, irreversibile e spesso privo di fondamento attuale. La dimensione del danno non è più solo privata: un ambiente digitale dove l’oblio non esiste compromette la fiducia nel sistema informativo, ostacola la riabilitazione individuale e rende la reputazione un elemento statico e punitivo. Il diritto ad una “seconda possibilità” — principio cardine della civiltà giuridica — viene così eroso da un’infrastruttura globale che non contempla la possibilità del cambiamento.

Perché questa azione giudiziaria può diventare un precedente

L’azione inibitoria potrebbe aprire una nuova stagione nella regolazione dei motori di ricerca:

  • affermando l’obbligo per Google di adottare valutazioni personalizzate;

  • imponendo maggiore trasparenza nei processi algoritmici;

  • riconoscendo che l’indicizzazione non è un atto neutrale, ma un esercizio di potere che condiziona la memoria collettiva. Un’eventuale decisione favorevole del tribunale milanese costituirebbe un precedente rilevante per tutti i cittadini europei che hanno visto le proprie richieste respinte senza motivazioni adeguate, rafforzando così l’effettività del GDPR e della tutela della dignità digitale.

La posta in gioco: governare la memoria digitale

Il significato più profondo di questa iniziativa giudiziaria va oltre il confronto con Google. Riguarda la domanda fondamentale su chi debba governare la memoria digitale. Se il motore di ricerca diventa giudice definitivo della visibilità, la società rischia di affidare a un privato globale una funzione che, per natura, appartiene al diritto e alla democrazia. La class action inibitoria rappresenta dunque un passo verso una riconfigurazione necessaria: riportare la gestione dei dati, delle reputazioni e delle narrazioni personali all’interno di un quadro normativo equilibrato, dove la tecnologia non sovrasti la persona, ma ne garantisca i diritti.

 
 
 

Commenti


bottom of page