Class action inibitoria contro Google: diritti digitali in campo”
- Google Class Action
- 4 giorni fa
- Tempo di lettura: 2 min
Una battaglia collettiva per la deindicizzazione e la dignità digitale
Una nuova cause legale si apre contro Google LLC, Google Ireland Limited e Google Italy S.r.l.: è stata promossa un’azione inibitoria collettiva — in nome di un gruppo di utenti, assistiti dagli studi legali Lexia e Oralex — che contesta al motore di ricerca più usato al mondo comportamenti sistematicamente lesivi del diritto all’oblio e della protezione dei dati personali. Secondo i promotori della class action, Google avrebbe persistito nel trattamento dei dati in violazione del Regolamento europeo 2016/679 (“GDPR”), in particolare sottraendosi agli obblighi di deindicizzazione e rimozione, e trasformando gli errori in “verità digitali” difficili da cancellare.
Il problema della standardizzazione automatica contro la personalizzazione del diritto
Il fulcro della contestazione riguarda l’uso da parte di Google di procedure standardizzate e generalizzate per valutare richieste di rimozione o deindicizzazione, senza un’analisi individuale e concreta. Gli avvocati che agiscono per la causa evidenziano come lo stesso algoritmo o processo automatico abbia prodotto risposte impersonali, ripetute, prive di verifiche specifiche. In questo modo si configurerebbe un modello di responsabilità algoritmica mancata, dove l’automazione del trattamento dati finisce per eludere la responsabilità dell’operatore e indebolire i diritti fondamentali dell’individuo.
Le conseguenze personali e sociali del ritardo nella rimozione
La portata del danno non è solo individuale: reputazioni compromesse, perdita di opportunità lavorative, effetti psicologici e sociali. Ma è anche collettiva: quando un motore di ricerca domina la visibilità online, ogni segnalazione non trattata singolarmente può diventare un precedente e un danno sistemico per l’informazione. La class action avvia una riflessione fondamentale: quanto possono attendere gli utenti una protezione efficace? E quanto è compatibile con uno Stato di diritto che un privato operatore autoregolato decida visibilità e permanenza dei dati altrui?
Un nuovo paradigma per la tutela digitale
La causa inibitoria segna un punto di svolta: non è più solo una richiesta di risarcimento o una contestazione di singoli casi, ma un attacco sistemico al modello di governance delle piattaforme digitali. Se le piattaforme assumono funzioni di filtraggio della memoria digitale, allora occorre che il diritto recuperi lo spazio che gli è dovuto, richiedendo trasparenza, responsabilità e un equilibrio tra innovazione e tutela dei dati. La class action mette in evidenza la necessità che le regole della visibilità online siano governate e non varate soltanto dal mercato.
Verso una visibilità digitale responsabile
Il messaggio che emerge è chiaro: l’ecosistema della ricerca e dell’indicizzazione non può rimanere al di fuori del campo normativo semplicemente perché è “tecnologico”. La sfida, ora, è trasformare questa causa in un precedente operativo. Significa chiedere che le piattaforme forniscano processi trasparenti di rimozione, che gli utenti possano esperire una tutela efficace, e che il motore di ricerca non resti uno spazio dove insinuazioni, errori e vecchie pagine possano continuare a determinare il destino digitale di una persona. Il diritto all’oblio diventa, così, non un favore all’individuo ma una garanzia per la collettività, perché una società che dimentica come ricordare correttamente rischia di perdere credibilità e libertà.


Commenti