Class Action vs Google: "non rispetta il diritto all'oblio"
- Google Class Action
- 12 minuti fa
- Tempo di lettura: 2 min
Class action contro Google: quando il diritto all’oblio diventa causa collettiva
È partita una class action contro Google, promossa davanti al Tribunale di Milano, che accusa il gigante della ricerca di ignorare in modo sistematico — e pericoloso — il diritto all’oblio degli utenti. Il fulcro dell’accusa: Google avrebbe rigettato numerose richieste di de-indicizzazione, oltretutto in contesti dove il diritto alla privacy e alla riservatezza era già stato sostanzialmente riconosciuto.
La causa assume così un valore collettivo: non si tratta di singoli casi, ma di un modello strutturale di mancata tutela dei diritti digitali che riguarda potenzialmente migliaia di persone.
Il rifiuto “sistematico”: algoritmo vs persona
Secondo le parti promotrici, la de-indicizzazione non viene valutata con un’analisi concreta e personalizzata, ma con procedure generiche che privilegiano logiche automatizzate. Questo significa che errori, vicende superate o “passati cancellati” non vengono presi in carico, e restano visibili in eterno.
In questo modo, l’algoritmo di Google sostituisce il giudizio umano, facendo del motore di ricerca non un semplice strumento tecnico, ma un decisore di reputazioni e memorie digitali. Il danno per l’individuo può essere grave: reputazione infangata, difficoltà sociali o professionali, lesione dell’identità digitale.
Un precedente potenzialmente trasformativo
La class action punta a stabilire un precedente legale e normativo: se la decisione del tribunale sarà favorevole, potrebbe costringere Google e — per estensione — altri motori di ricerca a rivedere le proprie pratiche di indicizzazione.
Ciò significherebbe un ridisegno del rapporto tra diritto alla privacy, diritto all’oblio e potere delle piattaforme, imponendo una governance più responsabile e trasparente dell’architettura dell’informazione.
È una sfida che riguarda non solo gli individui coinvolti, ma l’intero ecosistema digitale: reputazione, dignità, memoria, diritti civili.
Perché è una questione di democrazia digitale
Quando le piattaforme decidono autonomamente cos’è visibile e cosa resta nascosto, il rischio è che l’identità digitale di una persona diventi una condanna senza fine. In un mondo dove il dato è tutto, la permanenza di contenuti obsoleti o ritrattabili mina la libertà personale.
Perché la memoria digitale non è un archivio neutro: è un campo di battaglia politico.
La class action contro Google rappresenta dunque un passo concreto verso un principio fondamentale: non basta garantire che esista il diritto all’oblio. Occorre che esso sia effettivo, reale, rispettato sistematicamente.
Se i motori di ricerca divengono giudici permanenti della reputazione delle persone, la democrazia — che si basa su pari dignità, secondo chance, identità — perde una delle sue condizioni essenziali.


Commenti