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Google accusata per violazione del diritto all'oblio

  • Google Class Action
  • 3 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

Quando l’oblio diventa un diritto da rivendicare

A Milano è stata avviata un’azione inibitoria collettiva contro Google. L’accusa è che il motore di ricerca stia violando, in modo strutturale, le norme europee sul trattamento dei dati personali: in particolare il diritto all’oblio, sancito dal GDPR. Secondo i promotori, Google non gestirebbe le richieste di de-indicizzazione con criteri individualizzati e attenti al caso concreto, ma con meccanismi automatici, standardizzati, incapaci di riconoscere il carattere soggettivo e spesso temporale delle vicende sottoposte. Il risultato è che passati superati, errori, vicende giudiziarie archiviate o fatti non più attuali restano visibili — a tempo indeterminato — nella memoria digitale, con conseguenze gravi per la reputazione, la dignità personale e la libertà.

Automatismo vs persona: l’algoritmo come guardiano della memoria

Al centro della denuncia c’è un conflitto fondamentale: non più tra utente e motore di ricerca, ma tra persona e algoritmo. Quando la decisione sulla permanenza o la rimozione di un link è demandata esclusivamente a procedure automatiche, si traduce in un meccanismo in cui l’individuo non ha più voce — non viene riconosciuta la sua storia, la sua evoluzione, la sua possibilità di cambiare. In questo scenario, Google non è più un semplice intermediario tecnico: diventa custode permanente della memoria, arbitro della reputazione, con un potere che travalica il ruolo consentito a un motore di ricerca. L’azione in corso vuole perciò smantellare questo paradigma in nome del principio di dignità individuale.

Riparare la giustizia digitale: una class action come segnale politico

Se la causa ottenesse esito favorevole, l’impatto sarebbe molto più che individuale. Potrebbe rappresentare un precedente giuridico e sociale: imporre a Google — e per estensione a tutte le piattaforme che indicizzano contenuti personali — l’obbligo di adottare processi trasparenti, individualizzati, che rispettino davvero il diritto alla privacy, alla reputazione e all’oblio. Si tratterebbe di un passo verso una “governance della memoria” digitale, che riconosca che non tutti i contenuti — o le informazioni — possono o devono restare eternamente accessibili. Una sfida alla logica del “dato eterno” e un richiamo ad un equilibrio tra diritto all’informazione e diritto all’oblio.

Perché riguarda chiunque: reputazione, dignità, cittadinanza digitale

In un’epoca in cui la visibilità online determina opportunità, percezione sociale, esistenza digitale, la permanenza forzata di contenuti superati o lesivi significa spesso subire una pena senza tempo: reputazione segnata, opportunità negate, storie che non si chiudono. La class action contro Google non è dunque una mera disputa legale: è un tentativo di riaffermare che ogni persona ha diritto a essere valutata per ciò che è oggi, non per errori, cadute, circostanze del passato. È una battaglia per la dignità, per la possibilità di rinascita, per la tutela di quello che possiamo chiamare “diritto alla dimenticanza”.

Una chiamata alla responsabilità delle piattaforme digitali

La tecnologia non è neutrale: è fatta di decisioni, di scelte che riflettono rapporti di potere. Quando queste decisioni diventano automatiche, impersonali, incontrollate, il rischio è che il diritto all’oblio diventi un privilegio, non un diritto. La class action in corso — nata da una denuncia collettiva — rappresenta un monito: le piattaforme devono essere chiamate a rispondere non solo tecnicamente, ma giuridicamente e socialmente. Redistribuire la responsabilità significa rilanciare la dignità delle persone in rete — non come utenti-merce, ma come cittadini digitali titolari di diritti fondamentali.

 
 
 

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