Google, privacy e diritto all'oblio: la Class Action contro il colosso delle Big Tech
- Google Class Action
- 4 dic 2025
- Tempo di lettura: 2 min
Un’azione legale che scuote il monopolio della memoria digitale
Nasce a Milano un’azione inibitoria collettiva contro Google. L’accusa è grave e strutturale: il motore di ricerca — secondo i promotori — rigetterebbe in via automatica e sistematica le richieste di de-indicizzazione e di rimozione dei contenuti personali, ignorando l’effettività del diritto all’oblio sancito dal diritto europeo. Questa iniziativa non è un reclamo isolato: è un segnale forte contro un paradigma nel quale un solo soggetto privato decide — con algoritmi e processi opachi — cosa della nostra identità digitale resta visibile e cosa no.
Automatismi e giustizia privata: il rischio di una memoria senza equità
Al centro della denuncia c’è un nodo giuridico e morale cruciale: la governance algoritmica della reputazione online. Quando le richieste di cancellazione vengono trattate con procedimenti standardizzati e impersonali, senza un esame concreto e contestualizzato, l’individuo perde la possibilità di essere valutato nella sua storia reale, nelle sue evoluzioni, nelle sue riabilitazioni. In questo scenario, Google non è più un semplice motore di ricerca: diventa giudice permanente della visibilità, custode — privata — della memoria pubblica. Un potere che, in mancanza di trasparenza e responsabilità, trasforma il passato in una condanna interminabile.
Danno individuale e collettivo: reputazione, libertà, dignità
Le conseguenze della permanenza indiscriminata di contenuti obsoleti, errati o lesivi sono profonde e durature. A livello individuale possono tradursi in danni reali: difficoltà a trovare lavoro, ostracismo sociale, sofferenza psicologica. Ma esiste anche una dimensione collettiva: una società in cui la memoria digitale è gestita da privati, senza trasparenza e senza garanzie, perde credibilità, libertà e la capacità di garantire una seconda opportunità. La class action non difende soltanto singoli casi: mette in discussione l’intero modello attraverso cui la reputazione, la dignità e la storia personale vengono mediate nel web.
Un precedente che può cambiare le regole: diritto all’oblio come diritto reale
Se il Tribunale accoglierà l’azione inibitoria, potrebbe nascere un precedente di portata epocale. Non più rimozioni sporadiche o trattative individuali, ma una richiesta di trasparenza, responsabilità e rigore normativo: che i motori di ricerca trattino le richieste di rimozione come diritti tutelati, non come optional. Questo significherebbe un cambio strutturale nella governance digitale: imporre alle piattaforme un obbligo reale di verifica, contestualizzazione e decisione umana, piuttosto che un automatismo neutro e asettico.
Perché questa causa riguarda tutti
In un’epoca in cui la vita personale, professionale e sociale si intreccia con la nostra identità digitale, la tutela del diritto all’oblio non è un privilegio: è un principio di dignità. Affermare che una persona oggi non può essere giudicata in eterno per errori o fatti superati significa riconoscere il valore della riabilitazione, del tempo trascorso, della trasformazione personale. La memoria digitale non deve essere una gabbia permanente, ma un archivio giusto e responsabile.
In un contesto dove la tecnologia tende a fossilizzare identità e passati, l’azione contro Google rappresenta una sfida di civiltà: chiedere che la memoria diventi diritto, non condanna.



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