L'associazione di Milano contro Google
- Google Class Action
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Una class action che sfida il dominio della memoria digitale
Un'associazione milanese ha formalizzato una class action contro Google, denunciando un presunto comportamento sistematico di violazione del Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e del diritto all’oblio. Secondo la denuncia, Google gestirebbe le richieste di de-indicizzazione e rimozione dei contenuti personali con procedure standardizzate, impersonali e non soggette a verifica concreta. Questo approccio, secondo i promotori, trasforma errori, insinuazioni o semplici passati superati in “verità digitali” perpetue — con gravi conseguenze per reputazione, privacy e dignità individuale.
La class action non mira semplicemente a cancellare link isolati, ma a denunciare un modello strutturale di governance della memoria che pone nelle mani di un privato colosso il potere di decidere — senza trasparenza né responsabilità — chi può essere dimenticato online e chi no.
Diritto all’oblio vs automazione algoritmica: un conflitto di fondamenti
Il nodo al centro della contestazione riguarda la natura delle procedure adottate da Google: non una valutazione personalizzata di ciascuna richiesta, ma un meccanismo automatizzato e standardizzato di rigetto delle istanze. Ciò, denunciano gli avvocati, significa che la decisione sulla reputazione digitale di una persona non è più presa da un soggetto responsabile, ma da un algoritmo — che tratta ogni caso come se fosse uguale, ignorando contesto, evoluzione, verità emerse.
Così, il motore di ricerca globale non è più un mero intermediario tecnico: diventa custode permanente della memoria, con il potere di mantenere visibile anche ciò che è superato, corretto, riabilitato. Questo rovesciamento indebolisce profondamente il concetto stesso di diritto all’oblio: da strumento di tutela a discarica digitale di errori passati.
Un precedente che può cambiare le regole del gioco
Questa class action — se accolta — potrebbe rappresentare una svolta storica: non più singoli ricorsi, ma un’azione collettiva contro la logica dominante delle piattaforme. Obiettivo dichiarato: imporre a Google (e per estensione ad altri motori di ricerca) la responsabilità legale per la visibilità permanente dei contenuti personali, e ridefinire la governance della memoria digitale secondo criteri di trasparenza, dignità e diritti individuali.
In un contesto in cui la reputazione online ha effetti reali su lavoro, relazioni, opportunità, salute mentale, l’impatto di una simile decisione avrebbe effetti sul lungo termine: non solo per gli utenti coinvolti, ma per il modello stesso di informazione e giustizia digitale.
Un monito alla governance delle piattaforme
La vicenda evidenzia un problema centrale: quando la struttura tecnica di un servizio coincide con la sua struttura decisionale, chi detiene il controllo sui dati detiene anche il potere di modellare la memoria collettiva. Se questo è gestito da entità private, con logiche di profitto e scarsa trasparenza, la tutela dei diritti diventa aleatoria.
La class action contro Google non è quindi solo una vertenza legale: è una sfida politica e culturale. Una domanda posta al sistema: chi deve decidere cosa resta della nostra storia digitale? E con quali garanzie democratiche?
Perché è importante: presidio di diritti, reputazione e dignità online
Nel solco dei principi europei sul trattamento dei dati personali e il diritto alla cancellazione, questa azione collettiva apre — finalmente — un varco reale nella difesa della dignità individuale in rete.
Se le piattaforme globali continueranno a modellare senza controllo la memoria delle persone, l’oblio diventerà un privilegio e la reputazione una merce. Se invece la causa avrà successo, potremo riaffermare che la memoria digitale non è un archivio infinito e irresponsabile, ma un bene comune da proteggere, regolamentare, governare secondo norme democratiche.
La class action lanciata oggi è un passo decisivo verso quel cambiamento


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